
Son terminate le attività annuali e si preparano i campi estivi, momento clou della vita da scout. Il percorso formativo dello scout mette in grande rilievo l’esperienza del campo estivo, che giunge al termine e in prosieguo delle attività annuali e prepara a successivi percorsi formativi.
Ma quanti sanno cos’è l’esperienza scout?
Loro non sono inclini ad una grande pubblicità e i mezzi di comunicazione non amano occuparsi di questioni impegnative, che coinvolgono le persone in maniera totale e che richiedono una lettura approfondita del loro modo di agire, del loro percorso.
Così tutto quello che l’opinione pubblica sa degli scout è costruito su un immaginario collettivo che mette in evidenza soprattutto gli aspetti esteriori e formali (l’uniforme, i calzoni corti, la disciplina, un certo spirito di avventura, la giovane età, equivocata sovente con un falso giovanilismo) e su una comunicazione che fa perno sui grandi eventi: i raduni internazionali o nazionali (nel loro gergo, route) con tanto di presenza del Papa e di altre personalità. Di particolare effetto in questo senso la route nazionale di San Rossore, in Toscana, di due anni fa, sia per la presenza di Papa Francesco, sia per l’enfasi con la quale i giornali e le tv hanno raccontato la presenza di Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri, e della moglie Agnese. Ambedue ex scout e, quindi, nel loro ambiente naturale durante la manifestazione, che non fanno mistero di questa loro esperienza di vita, pure se gli scouts, per loro regola, non amano enfatizzare.
Io non sono stato scout: per la mia formazione ho seguito altri percorsi, ho attinto ad altre agenzie formative. Ma i miei figli hanno seguito tutti, chi più chi meno, la formazione da scout, che ha lasciato nei loro tratti caratteriali segni evidenti di questa esperienza.
Riflettevo così che Agesci – l’associazione guide e scout cattolici italiani – come anche tutte le altre organizzazioni dell’universo scautistico (FSE – federazione scautistica europea, ASSISCOUT), rappresenta oggi una delle più strutturate agenzie formative, che prepara i ragazzi e i giovani ad affrontare la vita con un saldo ancoraggio ad un corposo bagaglio di valori, sapientemente sminuzzati nel quotidiano per costituire un costante riferimento di vita.
Nei Clan, nei reparti e nei branchi i ragazzi non fanno teoria educativa: con l’accompagnamento dei capi sperimentano giornalmente il contatto con gli altri, il contatto con l’ambiente circostante, la vita di comunità, e imparano a prendere decisioni, piccole e grandi, che li coinvolgono in prima persona per conquistare un livello di autocoscienza adeguato alla giovane età, ma strutturato per accompagnarli tutta una vita.
Sembra un gioco, con tutta una terminologia propria di fantasia e regole semplici e facilmente intuibili. Ma è un gioco che forma persone alla responsabilità propria, a misura dell’età e dello sviluppo, che prepara cittadini ad un esercizio consapevole del proprio ruolo (non per niente il fascismo, poco avvezzo a cittadini consapevoli, abolì con determinazione le formazioni scautistiche in Italia). Sembra un gioco, è vero, ma è un gioco nel quale i ragazzi si formano per se stessi: imparano tecniche e modalità operative, approfondiscono temi d’interesse della vita personale e comunitaria, costruiscono percorsi di decisione collettiva, sperimentano il servizio nella squadriglia, nel reparto e nella comunità in generale. Imparano l’esercizio responsabile e generoso della cittadinanza attiva.